LO STRANO CASO DEL TRANS LEGHISTA E DEL VILIPENDIO AL SOLE DELLE ALPI

17 Lug 2015 - Senza categoria

LO STRANO CASO DEL TRANS LEGHISTA E DEL VILIPENDIO AL SOLE DELLE ALPI

In principio doveva essere una provocazione per lanciare il referendum sulla Legge Merlin. Con un pizzico di nostalgia per i tempi in cui, per provocare, veniva invocata la sana e tradizionale Cicciolina. Ma siccome una pornostar non fa più notizia e bisogna fare di necessità virtù, a far da mascotte arrivò la prostituta trans.

Una prostituta trans non è mascotte facile da gestire: specie quando si tratta di un ottimo manager di se stesso, navigando tra apparizioni televisive e manifesti pubblicitari passando per foto hot con clienti sui social network, tutto sempre accompagnato dall’esibizione dello storico simbolo del Carroccio. Un problema, dunque, da gestire: un problema che si sono ritrovati tra capo e collo i leghisti, per due fattori di non poco conto.

Il primo, più immediato e prettamente politico, è quello della coerenza delle istanze che vengono portate avanti. Salvini da Pontida ha infatti inequivocabilmente lanciato il suo movimento a difesa della famiglia naturale, ma soprattutto contro la diffusione dell’infausta ideologia Gender. Una ideologia (ora in fase di introduzione all’interno delle scuole) che, in estrema sintesi, paventa l’inesistenza in natura di differenze di identità sessuali, che sarebbero dunque delle semplici costruzioni sociali/culturali: tu nasci con un genere indefinito, sei tu che scegli se essere maschio o femmina e dunque – se ti gira – se cambi idea puoi cambiare. Un po’ come i prodotti che acquisti in negozio. E il transessuale è appunto il prodotto più evidente (oltre che la prima vittima) di questo nuovo cancro ideologico promosso dalla lobby LGBTI. Come dunque giustificare la convivenza  tra la lotta al Gender e l’utilizzo come testimonial di un trans che si presenta nudo alle trasmissioni video/radiofoniche?

Il secondo problema è invece di appartenenza. Appartenenza a un patrimonio ideologico che, come accade ovunque, viene sintetizzato in simboli. La ‘sacralità’ del simbolo di chi in questo si riconosce è data proprio da ciò che esso racchiude e rappresenta: idee, valori, battaglie, sogni, speranze, difficoltà, sacrifici. Quanta gente, nella storia, si è battuta ed è morta per difendere un simbolo, Dio solo sa. Ricordo l’aneddoto di un anziano che mi raccontava di quando – poco più che ragazzino – si ritrovò sui monti della bergamasca con il suo gruppetto di commilitoni a combattere gli ultimi scampoli di guerra e, ormai circondati dal nemico, pur di non cedere la bandiera per la quale stavano mettendo a rischio la propria vita, decisero di farla a pezzettini e dividersela tra loro. Per poi mangiarsela.

Facile dunque comprendere la rabbia del leghista che vede il suo simbolo essere sfruttato da una prostituta per campagne di marketing pubblicitario. E’ uno svilimento del proprio patrimonio, un vilipendio della propria bandiera. Peggio ancora poichè compiuto non da un esterno, ma da qualcuno che – volenti o nolenti – i leghisti si sono ritrovati al proprio interno. E come può un movimento la cui esistenza è fondata sulla difesa della propria identità, accettare la profanazione della propria identità?


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