LA SILENT DISCO È DA SFIGATI

24 Lug 2015 - SOCIETÀ

LA SILENT DISCO È DA SFIGATI

A Milano andrà pur di moda, ma la silent disco è da sfigati. Visto da fuori sembra orgia di crisi epilettiche, quell’ammasso di gente che si riunisce alle Colonne o in Darsena per infilarsi cuffie all’orecchio e iniziare a muoversi compulsivamente ognuno per i fatti propri con sorriso da ebete stampato in faccia.

L’involuzione della società si vede anche da come essa si diverte: una volta c’erano i concerti con rocker fulminati e groupies assatanate. Una volta ai concerti si pogava, ci si menava e si trombava pure. Una volta si andava in discoteca apposta per broccolare. Una volta si andava in giro in macchina con finestrino abbassato braccio fuori e stereo a palla. Una volta la musica era un mezzo per socializzare, simbolo della voglia di esplodere all’esterno il proprio vitalismo. Ci si voleva far notare e ci si voleva imporre nel contesto.

Ora c’è la silent disco. Io ti vedo ballare come un pirla e neppure so che musica stai ascoltando. E poi hai le cuffie, come faccio a venire a parlarti Dio solo lo sa. Devo davvero essere costretto a rintracciarti su Tinder, pur avendoti davanti? Se lo sapessero i nostri nonni, ci prenderebbero per disadattati. C’è qualcosa che non va, se vuoi implodere in tutta solitudine.

La silent disco è da sfigati, soprattutto in città. La città dovrebbe essere uno spazio rock per definizione: caos dinamismo e vitalità. Già mettersi le cuffie sui mezzi pubblici invece che stare ad ascoltare i discorsi di chi ti sta intorno e approfittarne per scambiare qualche battuta è un insulto alla città (Dio benedica le cuccette dei treni, ultimo scampolo di comunità): è isolarsi dal resto del mondo invece che infilarcisi e viverlo. Se poi ste maledette cuffie ce le si mette anche quando ci si raduna tutti in uno spazio aperto per quella che dovrebbe essere una festa, allora siamo alla frutta. E lamentarsi dei residenti rompipalle che fanno chiudere i locali alle due di notte quando tu vuoi fare casino fino alle quattro, diventa un teatro dell’assurdo. E il fatto che prima si parlava di feste e ora di eventi, la dice lunga.

La città dormitorio non la vuole nessuno, è brutta solo al pensiero. Ma se iniziamo a fare tutto in silenzio e tutto in isolamento, ci addormentiamo di sicuro.


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