VINCENZO SOFO
Europarlamentare Lega

Il delitto Varani? Colpa dell’omofobia. Parola di Lobby LGBT, quella che governa l’Italia

Il delitto Varani? Colpa dell’omofobia. Parola di Lobby LGBT, quella che governa l’Italia

21 Mar 2016 - Categoria: Senza categoria

Commentare i fatti di cronaca nera è una cosa che ho sempre ritenuto noiosissima. Fino a quando non mi sono imbattuto in un editoriale apparso su Gay.it sul delitto Varani a firma, niente di meno, del suo direttore.
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Secondo Gay.it, come potrete leggere nel pezzo che ho pubblicato integralmente qui sotto, la colpa dell’omicidio che ha sconvolto tutta Italia è dell’omofobia. Sì, dell’OMOFOBIA. Perchè è vero che uno degli assassini era un gay, ma stava interiorizzando dell’omofobia; e l’altro degli assassini era un gay represso a causa del padre; e a pensarci bene la vittima voleva essere gay ma aveva gli amici omofobi.
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Una tesi allucinante, distorta, strumentalizzata ad hoc. Una tesi che potrebbe essere liquidata come l’uscita fuori di senno di qualche matto che però in democrazia ha la libertà di esprimersi (perchè la democrazia concede la libertà di esprimersi, quando le conviene). Se non fosse che, ahi noi, non si tratta di matto ma di Lobby LGBT: quella che oggi governa il nostro Parlamento, i nostri media, la nostra opinione pubblica. Quella che detta l’agenda di governo a Renzi. Quella che sta decidendo il futuro del nostro Paese.
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Serve una forza politica culturale e sociale in grado di fermare tutto ciò. Subito.
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Il Delitto Varani è figlio della peggiore cultura omofobicA

tratto da Gay.it

Meglio assassino che frocio. Meglio tutto, piuttosto che frocio. Così potrebbe essere riassunto il risultato cui sono arrivate ad oggi le indagini dei magistrati inquirenti e le inchieste giornalistiche a due settimane dal terribile omicidio di Luca Varani, la cui uccisione ad opera di Marc Prato e Manuel Foffo si delinea sempre più come figlia della peggiore cultura omofobica di questo paese. Vediamo perché.

L’omofobia interiorizzata di Marc Prato

Il profilo psicologico che sta emergendo in tutta evidenza di Marc Prato è quello di una persona che non faceva troppo mistero della sua omosessualità, ma anche che la accettava poco. Basta leggere alcuni passaggi degli interrogatori per capirlo, o scorrere la sua bacheca di Facebook, ancora aperta a tutti. Dal maldestro tentativo di una giustificazione alla sua omosessualità (“Volevo diventare donna, la mia vita è stata difficile”, ha scritto nella lettera scritta prima di fingere un suicidio, ormai due sabati fa) alle sue fisse per gli eterosessuali considerate prede da ‘convertire’ sessualmente (atteggiamento classico di chi vive la propria omosessualità con difficoltà, perché sedurre un etero fa scemare i tuoi sensi di colpa), alla bacheca del suo profilo su Facebook dove mai una frase è dedicata alla propria omosessualità o ai diritti che la comunità reclama (anzi, rumors – per ora confermati solo indirettamente dalla sua bacheca facebook – ci dicono che fosse strenuamente contrario ai Gay Pride, considerati una carnevalata): sono tutti indizi di unorientamento sessuale vissuto male.

L’omosessualità repressa di Manuel Foffo

L’altro campione di omofobia – in questo caso neppure così tanto interiorizzata – è Manuel Foffo. “Non sono gay”, ripete agli inquirenti con insistenza e su questo fa di tutto per apparire come un eterosessuale circuito da Marc Prato, arrivando a sostenere che continuava a frequentarlo solo perché quest’ultimo sarebbe stato in possesso di un video che filmava un rapporto orale tra i due e lo avrebbe ricattato. Così, decide di organizzare un party insieme a Marc Prato perché ricattato? Fino a mettere a disposizione la sua casa? E decide di chiamare a casa un suo amico, un tale Alex, pugile dilettante, probabilmente per drogarsi e – come continua pure a sostenere Marc Prato – per farci sesso a tre? Tutto questo sotto ricatto? Difficile da credere: come si dice a Bologna, si sa che Cristo non è morto dal freddo…. La personalità di Manuel Foffo che sta piano piano emergendo è quello di unomosessuale violentemente represso, pronto a negare il proprio orientamento sessuale a tutti, se stesso compreso. Ed il fatto che tutti i suoi profili social siano stati cancellati – non si sa da chi, ma qualcuno sussurra dagli abili avvocati ingaggiati dal facoltoso padre – dimostra che lì, qualcosa da nascondere c’era sicuramente. Ma ne vedremo delle belle, quando le indagini termineranno e potremo leggere i risultati del lavoro degli inquirenti che, da quanto si dice, si sono già rivolti negli Stati Uniti per poter avere l’archivio dei suoi profili e delle sue chat, ad iniziare da quelle di Facebook.

Il padre di Manuel Foffo? Incommensurabile

Lo abbiamo già conosciuto – e ampiamente criticato – per la sua comparsa nella puntata di Porta a Porta: è il padre di Manuel Foffo, uno che ha l’abilità – o la faccia tosta – di raccogliere la confessione del figlio, chiedergli non chi ha ucciso ma con chi lo ha fatto – così ha raccontato lui stesso alle telecamere -, chiamare i migliori avvocati della piazza romana, aspettare diverse ore per non si sa che fare (ma qualche sospetto lo abbiamo tutti…), edopo tre soli giorni andare da Bruno Vespa a dire che Manuel è un “figlio modello”. Ed oggi, intervistato da Il Messaggero, si unisce anche lui al lungo elenco degli omofobi: “A noi Foffo non ci piacciono i gay, ci piacciono le donne vere. E mio figlio non è da meno”, ha dichiarato. Perfetto: anche lui concorda con la tesi che meglio un figlio assassino che frocio.E’ il trionfo dell’omofobia questa dichiarazione: e già, perché è evidente che suo figlio fosse un perfetto eterosessuale, con tanto di fidanzata, forse solo agli occhi del padre e del fratello.

La vera vittima è Luca Varani. Ma anche i suoi amici non scherzano in quanto ad omofobia

Che Luca sia la vera vittima è l’unica cosa certa di tutta questa triste vicenda. E che lui si prostituisse non abbiamo riscontri, perché le chat via whatsapp tra Marc Prato e lo smartphone di Luca sono per il momento secretate. Ma certamente appare non verosimile l’idilliaco quadro che la trasmissione di RaiTre “Chi lo ha visto?” ha fatto qualche giorno fa del povero Luca, intervistando i suoi amici. Tutti, ovviamente, si sono profusi nel dire che Luca non poteva prostituirsi perché innamoratissimo della fidanzata con cui, però, nei mesi scorsi non erano mancati dei problemi, a quanto si legge sulle bacheche Facebook di entrambi. E l’ormai tristemente famoso post di Luca sulla sua bacheca Facebook (quello contro le unioni civili), a molti sembra più come una sorta di “excusatio non petita, accusatio manifesta”: sia chiaro che sono così poco gay da essere contro i loro diritti, in sostanza. Del resto, continua ad essere poco credibile un perfetto eterosessuale che alle 5 di un venerdì mattina si lascia convincere da due uomini, di cui uno dichiaratamente omosessuale, a partecipare ad un coca-party presso casa di uno dei due. Ma, ripetiamo, l’unica vera vittima è lui e quindi è bene che riposi in pace, lasciando che le indagini proseguano ed individuino al più presto il movente ed eventuali complici.

L’omofobia dei giornalisti

Siccome non ci vogliamo far mancare nulla, in questa vicenda sta emergendo in modo sempre più prepotente l’omofobia di una categoria che fino ad oggi nessuno ha mai pensato di rottamare, quella dei giornalisti. Se gli articoli dei quotidiani nei primi giorni dalla scoperta dell’efferato delitto potevano apparire quasi come paradossali – questo insistere ad evitare la parola “gay” neppure nella descrizione di Marc Prato, che era dichiarato, puzzava un po’ troppo di politically correct -, oggi assistiamo all’esatto opposto. In particolare, è il quotidiano diretto da Sallusti, Il Giornale, che sta portando avanti una oscena inchiesta sul mondo gay romano, descritto atinte foschissime come in preda a sesso compulsivo, droga, sadomaso e ogni altra perversione, senza fare nessun distinguo, senza fare le stesse indagini nel mondo eterosessuale, senza alcun rispetto per le persone e le situazioni che descrive. Insomma, quella che sta emergendo in questi ultimi giorni in particolare è questa italica ossessione a scavare con una pruderie ossessiva e quasi maniacale in un mondo che, peraltro, di Marc Prato e Manuel Foffo ne ha sfornati davvero pochi negli ultimi decenni: basta leggersi qualche statistica per capirlo. Certo, continuiamo a pensare che questa vicenda qualche riflessione all’interno della nostra comunità debba imporla, come è giusto che accada in un gruppo sociale che vuole essere al proprio interno solidale, ma da qui a criminalizzare un’intera categoria di persone ci pare non solo eccessivo, ma criminale. Figlio, nuovamente, della peggiore italica cultura omofobica.